Non riesco a tenere gli occhi aperti sott’acqua

 

- Prova a tenere gli occhi aperti sott’acqua – mi ripeteva mia madre. Avevo cinque anni e una cuffia bianca e blu.

Ed io giù con la testa, affondavo, dandomi la spinta più forte possibile, come per cercare di toccare il fondo della piscina con la fronte al primo tentativo. Ma, alla prima goccia d’acqua, le palpebre si serravano di colpo. Tutto diventava nero e così anche i suoni, improvvisamente resi fluidi e ovattati dalla massa d’acqua che mi circondava.

Non c’era verso di schiuderli. Due piccoli lembi di pelle nascondevano la forza che mai avevo avuto prima in nessun’altra parte del corpo. Quella che non avrei mai avuto negli anni a venire.

- Tienili aperti. Non pensare a nulla e vai giùcon la testa.

Ed io di nuovo. E di nuovo il buio.

Le palpebre come una porta che sbatte all’improvviso.

- È una cosa naturale. Possono farlo anche i neonati.

Non io, non i miei occhi. Non riesco a tenere gli occhi aperti sott’acqua.

- Devi mantenere il controllo, guardarti intorno, anche sott’acqua. Non potresti muoverti, altrimenti.

E ancora tutto nero. E le voci che provenivano dall’esterno attutite, addolcite, annullate.

Le urla soffocate e i visi svaniti nel nulla.

Iniziavo a nuotare, ad occhi chiusi. E a guidarmi solo la mia mente, con tutto intorno e nulla intorno.

Mi spostavo, mi allontanavo, prendevo coraggio mentre i colori si materializzavano a poco a poco nella mia testa. Solo e soltanto nella mia testa, come una enorme tela da dipingere.

Io che nuotavo ad occhi chiusi e gli altri bambini ad occhi aperti pronti ad evitarmi. Gli altri bambini, che avevano il controllo, obbligati da ciò che li circondava a cambiare direzione, a virare.

Io che procedevo piano, muovendo braccia e gambe secondo l’istinto, sfiorando corpi e oggetti sconosciuti. E ad ogni corpo e ad ogni oggetto accarezzare la tela con il pennello ed i colori immaginari.

Un colpo di gambe, uno di braccia e ridere di un mondo che finalmente aveva i colori che mi piacevano di più.

Un metro più in là. Due metri. Risalire in superficie, con le orecchie spuntate fuori dalla cuffia bianca e blu e un sorriso grande così.

- Hai visto com’era facile?

(artwork by Jason de Caire Taylor)

Traffico

Io vi adoro. Quanto vi adoro, rinchiusi nelle vostre bare a quattro ruote, tutti in fila di corsa verso la vostra prigione quotidiana.

Non conosco nessuno di voi, i vostri volti, le vostre rabbie dipinte negli occhi, nulla, eppure vi adoro mentre la voce alla radio mi racconta delle vostre attese, giorno dopo giorno. Lunghe chilometri. Lunghe minuti, ore.

Vi immagino uno per uno, incatenati senza catene, ammanettati senza manette, in un unico, immenso, coito di lamiere di forme e colori diversi, che schizzano a intervalli regolari inondando l'asfalto violentato e immobile.

Vi immagino e vi leggo dentro, perché in fondo ero uno di voi, una microscopica parte di quella volgare eiaculazione di massa, riversata ad orari prestabiliti sulle strade e diretta verso i vostri uffici, verso i vostri supermercati, verso le vostre case, verso le vostre monotone vite, che odiate e a cui non vi va di rinunciare.

No, non vi conosco, ma mi basta sapervi fermi in coda all'uscita di qualche tangenziale nebbiosa, mentre vi strappate via pezzi di unghie con i denti, per sentirmi bene. E adorarvi.

Adoro i vostri sbuffi.

Adoro le vostre dita nel naso.

Adoro i vostri sorpassi azzardati nella speranza di recuperare pochi secondi di vita.

Adoro le vostre liti.

Adoro i vostri pugni sul volante.

Adoro le vostre bestemmie.

Adoro i vostri clacson impazziti.

Adoro i vostri figli viziati e frignanti sui sedili posteriori.

Adoro le vostre camicie impregnate di sudore.

Adoro i vostri parcheggi sempre completi.

Adoro le vostre corse affannose.

Adoro le vostre vite.

Perché nessuna di quelle è la mia.

 

Con oggi fanno esattamente tre anni, due mesi e undici giorni da quando ho abbandonato il mio ultimo posto di lavoro. Qualcosa come milleduecento giorni in cui ho potuto essere realmente mio, decidere del mio tempo, delle mie azioni.

Mio. Che suono soave in appena tre microscopiche lettere.

Voi direte che sono pazzo, ma ad essere sinceri non avevo mai riso tanto prima d’ora e poco importa se in questi anni ho continuato a farlo sempre da solo.

I venticinque metri quadri che mi circondano sono più che sufficienti per godere delle nevrosi di chi sta fuori. Mi bastano il mio letto, l’aria che entra dalla finestra e una radiolina che mi narri le gesta di voi temerari uomini comuni per sentirmi bene come non mi era mai accaduto.

Ho finito per imparare tutti gli orari di tutte le stazioni radio che trasmettono le informazioni sul traffico, i bollettini sulle vostre misere vite, e non riuscireste mai a immaginare quanto sia piacevole sentirsi raccontare della monotonia dei vostri giorni, ai quali sacrificate le ultime briciole della vostra volontà.

Il denaro che avevo messo da parte, sudando e disprezzando, mi è bastato per tirare avanti fino ad oggi senza troppi patemi, forse ho anche qualche altra settimana di autonomia poi magari morirò o deciderò io di morire, ma non c'è nulla di strano: anche voi vi state uccidendo poco per volta e in modo molto più crudo e violento di quanto non riuscirei a fare io, solo che ve ne manca la consapevolezza.

A conti fatti, di voi non restano che tre o quattro ore scarse al giorno, un sesto della vostra intera esistenza a voler essere ottimisti. Su sessant'anni, soltanto una decina appartengono realmente a voi ma lo chiamate progresso.

Il vostro meraviglioso progresso.

 

Con l’arrivo della bella stagione ho iniziato ad aggirarmi nudo per casa. Il solo contatto tra la pelle e l’aria è così incredibilmente eccitante, che quasi mi chiedo come abbia fatto a vivere rinchiuso in un’armatura di lane e tessuti fino ad oggi. Quanto adoro la mia libertà!

Cammino a testa alta per lasciarmi accarezzare in ogni angolo del corpo dall’aria tiepida di quest’inizio estate. A volte cammino anche ad occhi chiusi immaginandomi tra voi, tra le vostre divise, le vostre mode, i vostri simboli di eleganza. Mi guardereste con un’espressione di incredulità e scandalo ma mi invidiereste con tutta la forza che vi rimane.

Il problema è che vivete di oggetti. Siete miseri, bambini travestiti da uomini e donne iperimpegnati che misurano il loro successo sulle “cose”, su aggeggi da possedere come mogli, o meglio, come amanti.

Sareste capaci di vendere altre ore della vostra già penosa vita solo per avere in cambio l’ultimo modello di questo o quel marchingegno.

Mi fate pietà.

Tenerezza, anche, di quella tenerezza che farebbe venir voglia di farvi del male, se non fossi così appagato dall’aver spezzato tutte le catene che mi tenevano prigioniero.  Potrei farvi del male e invece preferisco distendermi sul pavimento, con la radio sempre a portata di mano e l’immaginazione accesa, per assaporare con ancora più piacere l’ennesima ripetitiva puntata del film che vi vede protagonisti.

Il primo contatto con le mattonelle gelide ha lo stesso effetto di una scarica elettrica che si propaga lungo tutta la colonna vertebrale. È come un orgasmo asciutto.

Poi pian piano si placa e subentra uno stato di dolce piacere. Divento un tutt’uno con la ceramica bianca, mentre vi apprestate a rimettervi in coda.

Telefono alla mano, orologio al polso. Inizia un’altra ora di prigionia metallica, per voi.

Per me il traffico nelle ore di punta è così dannatamente appagante. Immaginarvi a file di centinaia di automobili per volta mi rallegra sinceramente. Ad ogni parola dello speaker conto una nuova ruga sui vostri volti, sulle fronti sudate e sulle guance smunte.

Ricordo un blocco interminabile causato da un tir ribaltatosi in autostrada.

Sarà durato ore.

Erano appena le 8 del mattino quando appresi la notizia, avevo appena aperto gli occhi ma fu così eccitante che finii per masturbarmi e, sorridendo, mi riaddormentai senza neanche cambiare le lenzuola.

 

Quando decisi di lasciare il mio miserabile posto di lavoro, pensai di dover trovare una scusa plausibile, che mi permettesse di evitare tante domande e tutte le eventuali proposte di ripensamento e mi facesse chiudere i giochi nel modo più pulito possibile. Insomma, volevo semplicemente tornarmene sulla mia strada, senza dovermi preoccupare ulteriormente di nessun altro al di fuori di me.

Così a metà mattinata mi feci ricevere dal mio capoufficio, fingendomi poco risollevato da ciò che di lì a poco gli avrei raccontato. Occhi bassi, espressione grave, la voce spezzata, gli comunicai senza giri di parole di aver appena scoperto di essere gravemente malato: toccava dedicarsi alle cure, riposarsi, magari godere per gli ultimi mesi dei pochi piaceri riservati ai viventi.

Ecco, ero costretto a lasciare. Punto e a capo.

Le mie parole furono seguite dall’immancabile attimo di silenzio, dal viso incredulo e quasi dispiaciuto del capo, dalla prevedibile frase “Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, conta su di noi”, finché l’atmosfera tagliente non fu interrotta da una telefonata. Dal tono di voce fiero e brillante dello squalo in giacca e cravatta intuii che si trattava di una delle puttanelle con cui si intratteneva nei suoi faticosi viaggi di lavoro.

Già rideva e lanciava occhiolini, alla faccia del futuro cadavere di fronte a lui, ma anche questo era prevedibile.

Fu l’ultima volta che mi videro da quelle parti.

L’aria fuori aveva tutto un altro sapore, mi accarezzava la pelle come la migliore amante che si potesse desiderare, come mai in fondo mi era capitato di provare. Né con l’aria, né con un’amante.

Quel giorno girai a vuoto fino a tarda sera, non pensai a nulla e distrussi con colpi ben assestati di nulla assoluto i miei primi penosissimi ventisette anni di vita.

Altro giro, altra corsa.

Avevo già pianificato di vivere finché possibile con il frutto dei miei anni di schiavitù retribuita: senza vizi e con qualche rinuncia neppure tanto pesante, avrei potuto tranquillamente godere di me stesso per un discreto arco di tempo.

Dopodiché, si sarebbero tirate le somme.

Avevo ormai deciso di non fare più nulla che non avessi realmente voluto e di recuperare tutto il tempo sprecato, ben consapevole del fatto che in realtà neppure io sapevo cosa avessi da recuperare. Eppure, vegetale per vegetale, meglio una vita da erbaccia spontanea che da stupido fiore da serra, manipolato e prigioniero.

Nel giro di un paio di settimane trovai un monolocale in affitto a un centinaio di chilometri dalla mia vecchia casa, mollai tutto e sparii.

La natura avrebbe fatto il suo corso.

 

Da un po’ di tempo ho smesso anche di fare le pulizie in casa. Non che sia mai stata una delle mie attività principali, sia chiaro, ma il mio auto-abbandono ha ormai preso il sopravvento.

Ho visto donne fare di una scopa o di uno straccio bagnato la propria ragione di vita, sottomettersi per ore ad ogni crudele tortura per far risplendere mobili e pavimenti che, con buonissime probabilità, avrebbero visto brillare soltanto loro con gli amati mariti.

Una cruenta lotta per la sopravvivenza tra casalinghe e polvere che solo all’apparenza vede le prime vincitrici. Il nemico è ostico, arretra, si nasconde, si riorganizza e ritorna puntuale la mattina successiva a ricoprire qualsiasi oggetto sparso per casa. E la guerra ricomincia.

Tutto questo non fa per me, io che mi concedo soltanto a ciò che mi provoca qualche forma di piacere, fisico e mentale, fosse anche soltanto un profumo, un pensiero, il bollettino del traffico o una sega.

Le mensole di casa mia sono ormai come un enorme foglio su cui scrivere e disegnare con le dita ciò che mi passa per la testa. A volte le uso come promemoria, altre volte invento buffi personaggi che durano il tempo di qualche ora. Poi ci sono vestiti ovunque.

E il letto. Il letto dev’essere sempre pronto a riabbracciarmi. Non sopporto quelle lenzuola che al mattino ti sputano fuori e si richiudono ermeticamente obbligandoti a subire il mondo.

Le briciole fanno il loro dovere.

Le scatole vuote possono convivere con i soprammobili anche svariati giorni.

Le macchie nere sul pavimento e sulle pareti del bagno nascondono qualche bel momento di gioia e finirei  anche per dispiacermi se non le vedessi più.

E poi mi consola che almeno il termine “mattonella” sia di genere femminile, sapere di essere venuto su qualcosa di femminile.

Ecco, per una volta vinco io.

 

Poi mi ammalai per davvero. Fitte improvvise, rapide e lancinanti iniziarono a colpirmi alla testa, tra gli occhi e le tempie, la memoria per qualche minuto spariva nel nulla e qualcosa che somigliava a delle scariche elettriche in rapida successione si espandeva nel cervello.

All’inizio accadeva una volta al mese, poi ogni due settimane, poi ogni dieci giorni e via via fino ad arrivare a dosi anche quotidiane di dolore. Nessuno ne aveva capito la causa, nessuno vedeva nulla di strano, nessuno aveva saputo dargli un nome ed io imparai a conviverci.

Mi ero stancato quasi subito di fare avanti e indietro tra studi di persone boriose e piene di sé che avrebbero avuto difficoltà anche a diagnosticarmi un raffreddore. Scelsi di continuare a vivere la mia vita come già stavo facendo e non mi preoccupai più di nulla.

Da qualche parte era stabilito che dovesse andare così ma io, più che disperarmene, finii solo per apprezzare ancora di più le mie scelte, perché se anche fosse finita male, avrei comunque considerato guadagnati questi pochi anni di libertà. Anzi, forse lo sarebbero stati ancora di più.

Di tempo ne è passato eppure in qualche modo sono ancora in piedi. Subisco le mie fitte quando arrivano e lascio che facciano il loro dovere. Sono sicuro che, se un giorno una di loro mi dovesse ammazzare, io non farò neppure in tempo ad accorgermene.

Ho un divano che mi abbraccia come nessuna donna abbia mai fatto. Mi abbandono a lui, infilo il viso tra le sue braccia morbide e rimango lì, comunque vada.

Rimaniamo lì. Io e la mia mente e il mio respiro e la polvere che nuota nell’aria e i tre raggi di sole dalla finestra e l’acqua gelida da bere e le lame che mi segnano dentro e fuori e gli occhi chiusi e gli occhi aperti e gli occhi lucidi e i miei vuoti e i miei vuoti e i miei vuoti e.

 

Il traffico nei giorni di festa ha qualcosa di indecifrabile: orde di persone, impazzite come formiche innaffiate con una pompa, raccolgono le proprie cose, le accumulano nelle proprie bare mobili e si riversano sulle strade con la stessa maniacale follia di tutti gli altri giorni. Forse anche peggiore.

I racconti della radio si prolungano, si intensificano, toccano l’estasi delle giornate più indimenticabili, mentre mi lascio cullare da questa monotona voce narrante, seduto all’ombra su una panchina, nel boschetto a poche centinaia di metri da casa.

Sì, ci dev’essere qualche insana forma di nostalgia che vi spinge a ripetere, anche quando potreste non farlo, gli stessi identici movimenti di tutti i giorni, a sprecare ore di tempo in code chilometriche forse per il solo piacere di non sentirvi soli. Un attaccamento alla vostra stessa miseria che proprio non riuscite a scrollarvi di dosso.

Non osservate un tramonto da mesi, perché farlo significherebbe togliere minuti preziosi alla vostra produttività, alle vostre incessanti corse, ai vostri traguardi.

Da anni non respirate a pieni polmoni il profumo di un filo d’erba tagliato. Non vi guardate intorno a meno che ciò che osservate non sia coperto da una vetrina e segnato da un cartellino.

A volte ho l’impressione che siate nati già morti.

Non come gli alberi, che vivrebbero in eterno  se nessuno li toccasse. Fermi, immobili, non hanno certo bisogno di correre come scalmanati dietro agli impegni più stupidi, come fate voi.

Se ne stanno lì ad osservare il mondo che gli sta intorno, a meditare come vecchi saggi e ad ogni nuova idea metter su un’altra foglia. E li osservo giocare con qualsiasi animaletto gli si avvicini, volante, strisciante o zampettante che sia.

Guardo lucertole rincorrersi sui tronchi e uccelli cantare tra i rami, mentre gli unici suoni da cui vi fate accompagnare sono quelli di clacson e motori e sirene sfreccianti.

Dovreste imparare ad osservarli più spesso, gli alberi. L’armonia che racchiudono in sé è il contatto con il mondo che avete perso. Che non avete mai avuto.

Ecco, se dovessi rinascere chiederei di essere uno di loro.

A patto di mettere radici il più lontano possibile da voi.

 

Ho appena superato la fitta più forte ed insistente degli ultimi mesi, come dieci minuti con un trapano infilato negli occhi a scavare e riscavare: ho l’impressione che, in un modo o nell’altro, si stia avvicinando davvero l’epilogo.

Nulla di preoccupante, in fondo. In qualche modo bisogna pur uscire di scena e per me è mille volte meglio farlo così, con un sorrisetto sulle labbra, che completamente consumato da un’intera esistenza sacrificata per qualcos’altro.

E poi, per dirla tutta, stanno finendo anche i soldi ed io non ho nessuna intenzione di tornare a prostituirmi nelle vostre prigioni. Dunque, un epilogo ci dovrà per forza essere.

Se non altro, per un po’ ho avuto il pieno controllo di me stesso, cosa che lì fuori sognate ma fate finta di ignorare. Nessun legame, nessuna convenzione, nessuna costrizione.

Non come voi, che vi obbligate ad inseguire obiettivi che qualcun altro ha creato per voi.

Non come voi, manichini. Voi, robot.

Voi, statue.

Eppure è così misero e odioso rendersi conto di quanto non ci apparteniamo. Se solo riusciste a farlo, tutti insieme, nello stesso istante, all’improvviso vi amerei.

Ma la radio racconta tutt’altro.

Siete di nuovo in fila.

Le lamiere sono bollenti.

Ne sta arrivando un’altra.

 

Trentadue compresse di sonnifero, ognuna con un nome diverso, un colore diverso. Una piccola collezione che tenevo da parte nel mobile del bagno per la prima importante occasione.

Credo sia il momento adatto per tirarle fuori.

Sembrano quasi caramelle assortite: menta, arancia, banana, e poi c’è quella che mi ricorda le Galatine al latte. Morire può quasi sembrare un gioco con tutte queste forme ed i colori allegri e gioiosi.

Il gas è spento. L’acqua pure.

La casa l’ho lasciata in ordine, più o meno.

Per un evento di questo tipo preferisco l’aria aperta, l’erba tutt’intorno, gli scapigliati rami degli alberi a farmi ombra. Stavolta anche la radio l’ho lasciata tacere, non vorrei per nulla al mondo dovervi immaginare anche in questo momento.

C’è invece un fiumiciattolo, in questo boschetto, che sparisce sotto un piccolo ponte di pietra. Scorre senza preoccuparsi d’altro. Se incontra dei sassi sul suo percorso, li investe e corre via. Se una foglia vi cade dentro, la porta via con sé senza chiederle il permesso. E se ti fermi a guardarlo non si arresta solo per il gusto di ricambiare lo sguardo o chiederti chi sei e cosa vuoi. È così sicuro di sé, sa da dove partire e dove arrivare, senza compromessi.

Eppure, se gli si avvicina un uccello, un cane o un uomo assetato, non si tira certo indietro. È lì anche per farsi bere, per dissetare la terra, le radici, ma segue la sua strada. E non chiede nulla in cambio.

Cristo, più osservo la natura qui intorno e più mi chiedo perché non possa essere tutto così regolare e perfetto per noi miseri esseri umani.

Un’ora qui ha più valore di tutte le vostre, le nostre esistenze messe insieme.

Comincio da quella celeste. Mi ricorda di quand’ero piccolo e il celeste era il mio colore preferito.

Poi la bianca e la gialla e la viola.

Una dopo l’altra.

Trentadue dovrebbero bastare. La vecchia quercia mi protegge e oggi non voglio nessun altro oltre lei accanto a me.

 

 

(pic: "Traffic", by Zdzislaw Majrowski)

Jesus in store

Incontrai Gesù tra gli scaffali dell’ipermercato in una domenica mattina di inizio estate. Se ne stava poggiato al manico del passeggino che spingeva, leggermente piegato in avanti e pensieroso, mentre la moglie, pochi passi più avanti, sceglieva con estrema sicurezza di movimenti  i cereali per la prima colazione, riponendoli con cura e precisione all’interno del carrello già pieno per metà.

Gli ero passato accanto senza notarlo, troppo preso dalla mia ricerca di un pacco di sale, quando mi sentii sfiorare un braccio.

-  Tu non dovresti essere a messa? – Una voce dal tono caldo, ma piuttosto stanco, mi fece sobbalzare.

Lo riconobbi subito: la fronte più alta di almeno tre-quattro centimetri, i capelli già in parte imbiancati, più corti rispetto all’immagine che domina i parabrezza di almeno metà del traffico cittadino, e rughe profonde ai lati degli occhi scavati dal sonno, ma non poteva che essere lui.

-  A certe cose ormai ho smesso di crederci, dovresti saperlo – gli risposi, approfittando dopo qualche secondo di pausa, per chiedere di lui.

-  Tu, piuttosto? Come va?

Mi fissò con uno sguardo che non esiterei a definire vuoto.

-  Come vuoi che vada, qui è sempre più un inferno. Una settimana intera chiuso in ufficio e la domenica mattina a fare la spesa per sopravvivere un’altra settimana. Se non fosse per loro – disse indicando con il solo movimento degli occhi la donna che aveva sposato e il bimbo che dormiva pacifico nel passeggino – fuggirei altrove.

-  C’è chi ti invidierebbe, no? – provai a risollevare le sorti del discorso.

-  Sì, poveri pazzi. – scosse la testa in segno di disapprovazione – Cosa c’è da invidiare in una vita da pollo d’allevamento? Non ho più neppure il tempo per una gita al fiume o per una cena con gli amici… l’ultima risale a qualche millennio fa, ormai. Sei giorni su sette li passo in quel carcere di ufficio e nel fine settimana, per arrotondare qualche euro, faccio piano bar. Come se questo bastasse per coprire tutti i debiti che mi porto dietro… lasciamo stare, và.

Mi parlava con un tono più rassegnato che rabbioso, ma non mi stupivano i suoi discorsi: era ciò che raccontano più o meno tutte le persone che conosco.

-  Ti capisco perfettamente – cercai di mostrargli la mia comprensione – È una situazione così triste ma generalizzata, sai la crisi, queste cose qui…

-  Crisi un corno - non mi diede modo di finire il discorso – con queste scuse hanno rubato le “nostre” vite, i nostri sogni. Poi criticano i farisei! No, no, lascia perdere, ormai siamo senza via d’uscita e a parlarne ci si fa solo ingrossare il fegato!

-  E tuo padre? – gli chiesi – Lui che fa? È una vita che non si vede in giro…

-  Bah, da quando è andato in pensione ormai si è dato anima e corpo alla pittura. Pensa, non aveva neppure mai tenuto un pennello in mano prima! E ora se ne sta chiuso ore e ore in garage a dipingere… avrà anche una certa età ma, credimi, gli invidio tutto quel tempo libero.

-  Sarà contento di te, però. Sei un tipo che si dà da fare e ricordo che lui a certe cose ci tiene molto.

-  Contento, dici? Guarda, forse lui è l’unico felice in questa situazione. Dice di essere fiero del fatto che ho un lavoro e una famiglia, ma vorrei che si rendesse conto che non dovrebbe essere così misera la vita. Purtroppo io e lui continueremo a litigare all’infinito su certi argomenti…

Le parole di Gesù furono interrotte di colpo dalla voce di sua moglie che, ormai spazientita, premeva perché il marito la seguisse. A vederla bene ora riconoscevo anche lei: mi pare si chiamasse Natasha. Ecco sì, Natasha, la ragazza bielorussa che qualche anno fa lavorava in centro al Bar Fortuna.

-  Io scappo, amico – mi disse e, senza neppure attendere la mia risposta, si avviò a passo svelto verso il banco macelleria.

“Ma tu pensa come tocca ridursi…”, dissi tra me e me e, distogliendo lo sguardo da quell’uomo che mai avrei pensato di trovare così invecchiato e ingrassato, i miei occhi caddero sullo scaffale del sale.

Ecco dov’era.

Dalla mia bocca escono i vermi

Dalla mia bocca escono i vermi.

Ogni verme è una parola, ogni parola un verme. Bianco, viscido, agitato mentre scivola sulla schiena di mille altri suoi simili.

Schiudo le labbra e un altro è fuori, cade sul pavimento che è ormai un tappeto di animaletti molli.

Poi un altro. E un altro ancora.

Hanno tutti i miei stessi occhi, solo microscopicamente più piccoli. Lo stesso mio sguardo di qualche tempo fa.

E sognano di avere le ali, un giorno.

Magari trasformarsi in mosche per poter ronzare liberamente da un orecchio infastidito all'altro, sfiorare guance distratte, toccare bocche addormentate e farle svegliare di soprassalto.

Sognano questo e si strisciano addosso l'un l'altro sulle mattonelle fredde, mentre a decine continuano a spingersi fuori dalle mie labbra e a piovere su quel fiume quasi indistinto.

Si spingono mentre risalgono dal mio petto. Si spingono sempre con più insistenza e crescono.

Risalgono e crescono.

Più forti, più robusti, dal cuore, dai polmoni, dalla trachea.

Più risalgono e più crescono e più li sento risalire e più li sento crescere.

Come un tappo che si gonfia tra tessuti e nervi e mi blocca il respiro.

Bloccailrespirolariacrescerisalecresce.

Un fiume all'inverso, che procede sempre più a rilento mentre si riduce lo spazio a sua disposizione, argini che lo contengono ormai a stento rischiando di esplodere da ogni lato.

Un fiume.

Bloccailrespirohocomegliocchicheschizzanovia.

Cado in ginocchio (attendo la fine?).

Con una mano in gola (l'ultimo tentativo).

Per tirarli fuori (il viso rosso completamente bagnato di sudore).

Tiro (con le ultime forze).

Sento graffiarmi la gola.

E tiro, non so più cosa.

Sento la testa fra le dita, l'istinto di vomitare.

Ma è quasi fuori.

Mi graffio la gola.

Sento scavare i solchi.

Mi graffio, ma tiro.

È fuori…

Enorme, per un verme.

Tossisco, sputo.

Anche lui con i miei stessi occhi, macchiato di sangue, e mi guarda negli occhi quasi compassionevole.

Tossisco.

La parola più grande che questa bocca abbia mai partorito.

Dello stesso grigio del cielo

Dello stesso grigio del cielo

è quest'anima meschina,

pesante fardello di piombo

incollato alle mie spalle curve.

 

Mosche affamate la pungono

e piagano la pelle,

lavata da schegge di pioggia

dello stesso bianco del ghiaccio.

 

Trascino una croce

ma i chiodi mi hanno già trafitto

e piantato al suolo.

Parigi

I tuoi capelli, i tuoi capelli neri e profumati, sono così appiccicosi. Goccia dopo goccia, fiume dopo fiume.

Continua a scorrere quel maledetto sangue.

E io che volevo solo baciarti, certo non con un martello.

Che strane, ora, le tue tempie rosse. Ora che tutte quelle adorabili piccole vene che si nascondevano sotto la tua pelle sono esplose di colpo. Risalta, il rosso, sulle tue guance pallide, non sei mai stata così pallida, la mia bambola di porcellana preferita.

Che strano. Quante volte ti avrò ripetuto che sei un’opera d’arte? Cento? Mille? Con i denti digrignati e gli occhi fuori dalle orbite, il tuo viso sembra uscito da una tela di Picasso.

Sei così bella…

E finalmente cominci ad esserne convinta anche tu. Non mi contraddici neanche, come hai sempre fatto.

Pensavo di portarti a Parigi.

Ti porterò a Parigi.

Doveva essere una sorpresa, sì, ma non stavo più nella pelle. Ho già prenotato tutto, calcolato tutto, pianificato tutto. Quelle lì a terra sono le nostre valigie.

Sabato si parte.

Perché mi fissi?

Lo so, devo pulire il pavimento, lavare questi vestiti.

Non vorrei che mamma se ne accorgesse, si è raccomandata di non far entrare nessuno in casa, di pulirmi le scarpe sul tappeto. Griderebbe se vedesse queste macchie sul pavimento.

Domani pulirò tutto per bene, poi scenderò in città per comprarti un cappello nuovo.

A Parigi fa freddo di questi tempi, me l’hanno raccontato, e con la testa così conciata rischi di ammalarti.

Perché mi fissi ancora?

Volevo solo baciarti. Baciarti. Io.

Domani ti comprerò un cappello nuovo. E una sciarpa, anche.

Fa freddo, sei fredda.

Sabato si parte.

Neppure a colpi di lacrimogeni e bombe a mano

Non basteranno i caschi e i manganelli, gli scudi e gli stivali. Non basteranno i muscoli, la forza, i colpi vili alle spalle, né i pugni nello stomaco, gli sputi in viso e i calci in faccia.
Pensieri facinorosi continueranno ad aggirarsi tra le strette strade di una periferia già da troppo tempo abbandonata a se stessa e a seminare la loro violenta ira sul corso illuminato e negli angoli nascosti tra il kebab e i tubi del gas.
E distruggeranno vetrine encefaliche a colpi di ricordi strappati dai bordi dei marciapiedi sporchi, sfasceranno neuroni parcheggiati in doppia fila con bastoni modellati nel più duro legno degli alberi della convinzione e della speranza, incendieranno ipotalami ingrigiti dallo smog, ipofisi imbrattate con lo spray, talami innaffiati sera dopo sera dal piscio di indifferenti cani randagi.
E partiranno ancora, come ieri, sassaiole di immagini e desideri infranti, violente come grandinate devastanti nei campi più fertili, voleranno molotov alimentate da lacrime incendiarie, esploderanno cassonetti di memorie, rimpianti, parole, gesti, sguardi.
Non basterà l’intervento delle più preparate forze di polizia in tenuta antisommossa per placare la follia distruttiva di migliaia di ansie scese in piazza.
Non ci saranno colpi in aria in grado di far dileguare una folla tormentata e rabbiosa come un fiume in piena non più contenuto dai propri deboli argini.
Non spariranno i furiosi manifestanti che stanno radendo al suolo questo cervello strappato a morsi e sputato a terra da animali invisibili e feroci.
Perché da questa testa non ne usciresti neppure a colpi di lacrimogeni e bombe a mano.
Neppure se un incendio biblico la riducesse in cenere. Neppure se l’oceano la inghiottisse senza masticarla.
Gli scontri si placheranno, forse un giorno, indeboliti dal sonno e dalla stanchezza, il vento ritornerà a soffiare sulla polvere delle vie deserte e la pioggia a cadere sulle macerie di una città straziata e senza volto.
Forse  il silenzio nell’aria gelida di febbraio suggerirà la pace, ma non ricostruirà le rovine di questa mente oggi dilaniata e spenta.

Ho conosciuto la felicità

(1 novembre 2010)

Ho conosciuto la felicità, in un caldo pomeriggio estivo.

Aveva occhi in cui perdersi per ore ad ammirarli, lunghi capelli profumati e spalle capaci di sopportare il peso di un mondo triste e complicato.

Era in grado di cancellare il male tutto intorno. E mi travolse come una improvvisa frana di zucchero.

Raccolse il mio cuore inaridito e spento, gettato tra le spine di tutto ciò che non avrei più voluto neppure ricordare, ed iniziò ad innaffiarlo di speranze e serenità, tanto da farlo rifiorire nell’arco di poche ore, e sul mio viso stampò un sorriso del tutto nuovo, uno di quelli che gli altri sfoggiano con orgoglio passandoti vicino, quasi a voler farsi invidiare.

Eppure stavolta ero io a poterlo sfoggiare, a chiedere al mondo di invidiarmi, ad essere felice di raccontare la mia felicità.

E lei si nascondeva ovunque. Tra le lettere di una parola dolce, tra le note di una canzone, nelle scene di un film, nel profumo del caffè appena fatto, nel sonno che dolcemente arrivava a chiudermi gli occhi mentre ci si scambiavano piccoli pezzetti di tenerezza.

Era nel risvegliarsi con il sorriso ed un buongiorno in tasca, nell’affrontare ogni giornata con il sole dentro di sé, anche con il diluvio ad allagare le strade.

Era nelle braccia che mi stringevano. Nelle labbra che si poggiavano sulle mie. Nelle risate improvvise. Nelle difficoltà grandi e piccole che improvvisamente avevano smesso di far paura.

Era nei centotrentottochilometri, nelle attese, nei desideri, nell’immaginare il giorno dopo e quello dopo ancora.

Era dappertutto.

La felicità aveva scelto di farsi conoscere anche da me, di mostrarsi in tutto il suo splendore. E dire che mai mi si era avvicinata a tal punto!

Ma i suoi disegni sono così difficili da comprendere e non esiste corda capace di permetterci di legarla a noi non appena ci si presenta. Nessun trucco, nessuna magia, nulla che sia nelle nostre possibilità può farci intromettere nei suoi progetti.

E così, improvvisa come mi travolse, quella stessa felicità ha deciso di andar via. Ha rimesso in valigia il mio sorriso e svuotato l’innaffiatoio, lasciandomi soltanto una scatola colma di immagini da far scorrere d’avanti ai miei occhi per ricordare che lei esiste, al di là che scelga di accompagnarci per tutta la vita o di fare soltanto una rapida apparizione.

Che poi i bei ricordi esistono soltanto per star male. Per desiderare impossibili ritorni e versare lacrime nella speranza di riuscire a colmare il vuoto che ci portiamo dentro.

Così mi volto indietro e rivedo quello che per tanto tempo è stato il mio angolo buio di solitudine. Un po’ impolverato, questo sì, ma è ancora esattamente come l’avevo lasciato.

Non mi va neppure di dargli una ripulita…

Mi appoggio una giacchetta sulle spalle, ché il freddo sta tornando, e mi siedo lì, con la mia scatola dei ricordi sulle ginocchia.



Appunti di vita quotidiana in un mondo che mi circonda ma non mi sfiora

(21 settembre 2010)

Le bombe continuano a cadere su Kabul. Si muore a gruppi di centinaia, come formiche di cui nessuno conosce nomi, volti, storie e speranze.

Le Borse europee crollano, qualsiasi cosa ciò significhi, tra le urla esagitate di compravenditori di oscure sigle e percentuali enigmatiche.

Il petrolio inquina mari, stermina animali e muove automobili, camion, scooter, motocicli, aerei, mezzi multiruote di ogni dimensione e prezzo. Un’automobile è, per gli umani, fonte di incredibili gioie, altro che stupidi fenicotteri annegati.

I prati sono risucchiati da cemento denso, gli alberi abbattuti da ruspe muscolose, i fiumi mutano colore, le piogge cadono sempre uguali a se stesse, ignare della propria velenosa acidità.

La televisione parla. La televisione racconta che tutto va male ma va tutto bene, che si muore per pochi euro al mese ma è l’estate delle zeppe e delle soubrette incinte e con le tette a canotto.

Un Presidente minaccia i Presidenti che non la pensano come lui e che a loro volta lo minacciano perché lui non la pensa come loro. Giocano a tennis con una bomba atomica e, se questa tocca terra... Bum!

Le opinioni sono denaro. Le azioni sono denaro. Il denaro è denaro e in quanto tale ha diritto di precedenza, è l’unica vera droga che infetta il sangue di questi strani esseri umani. Il denaro trasforma le persone in violenti assassini, pazzi, sfruttatori, sadici, arrivisti, leccaculo…

Una giovane mamma strangola il suo neonato perché piange, mentre un figlio voglioso di bianca e zuccherosa coca pugnala i propri genitori.

Onorevoli incravattati stringono mani mafiose e insanguinate in ville di stile hollywoodiano, chiudono affari, condannano a morte.

I farmaci fanno bene, anche quando curano malattie immaginarie. Il sesso fa bene, anche quando è merce e oggetto di lussurioso baratto.

Lembi di terra tremano da un angolo all’altro del pianeta, vulcani sputano fiumi di lava incandescente, piogge torrenziali allagano e distruggono regioni sconosciute, fiamme alte come palazzi avvolgono ettari di boschi, l’intero globo terrestre è disseminato di sciagure ad elevato potenziale di share televisivo.

Tutto si muove, ogni cosa cerca nuovi modi per sorprendere e stupire, ma, per quanto si impegni, non è che ripetizione su ripetizione di film già visti e recitati a memoria negli anni trascorsi e ormai messi a marcire nei cassetti.

Ma tu, che su una panchina mi stringi a te offrendomi le tue soffici labbra, dei monotoni copioni di questo pianeta avido e vanitoso ne fai coriandoli. Colorati e irregolari. Microscopici. Infinitesimali.

Coriandoli leggeri soffiati via dal vento. Il soffio del vento.

Nulla più esiste.

E nulla può più sfiorarmi           .

 

E dei tuoi grandi occhi

(5 settembre 2010)

Ho un vuoto, qui tra il cuore e lo stomaco. Giusto al centro.
Uno spazio così piccolo e così profondo, da caderci dentro e rimanere intrappolati.
Lo osservo dall’alto, con la testa piegata in avanti, poggiato a un muro freddo che cerca di imitare, senza riuscirci, il dolce calore di un abbraccio.
Non sembra che una ferita, un comunissimo taglio. Ma è nero, ha il colore degli abissi marini e affonda dalla pelle fino ai più nascosti labirinti del muscolo destinato a pompare sangue ed emozioni.
Cerco di penetrarlo con un dito per capirne la forma, studiarne il perimetro e realizzare se mai abbia una fine. Al diavolo il bruciore! Mi spingo sempre più in profondità, eppure la discesa sembra destinata a non avere una conclusione.
In qualche modo dovrei colmarlo. Vorrei colmarlo.
Provo ad offrirgli dell’acqua, a riempirlo goccia a goccia per dissetarlo e placare le sue ansie. Ma non serve. Ed ogni goccia ritorna indietro, colando ancora fredda sulla mia pelle e provocandomi leggeri brividi.
Così provo a porgergli del cibo. Caldo. Nutriente. Cerco di saziarlo e consolarlo, ma è tutto inutile. E lui si stringe e si richiude su se stesso per impedirmi di donargli anche la più piccola delle briciole.
Provo allora con il sonno, perché il riposo possa aiutarlo a dimenticare la sua malinconia, con le carezze, perché si possa sentire rincuorato, con la musica, con un canto, con l’aria tiepida di fine estate…
Ma lui mi osserva, nero e profondo. Mi osserva pur non avendo occhi, ma solo un grande sguardo triste.
Mi osserva e lentamente si dischiude per mostrarmi finalmente il suo oscuro interno.
E la sua forma si rivela, così perfetta e così incantevole, con le sembianze di un dolce desiderio, quello di risplendere ancora e ancora della tua presenza e dei tuoi grandi occhi.