Jesus in store

Incontrai Gesù tra gli scaffali dell’ipermercato in una domenica mattina di inizio estate. Se ne stava poggiato al manico del passeggino che spingeva, leggermente piegato in avanti e pensieroso, mentre la moglie, pochi passi più avanti, sceglieva con estrema sicurezza di movimenti  i cereali per la prima colazione, riponendoli con cura e precisione all’interno del carrello già pieno per metà.

Gli ero passato accanto senza notarlo, troppo preso dalla mia ricerca di un pacco di sale, quando mi sentii sfiorare un braccio.

-  Tu non dovresti essere a messa? – Una voce dal tono caldo, ma piuttosto stanco, mi fece sobbalzare.

Lo riconobbi subito: la fronte più alta di almeno tre-quattro centimetri, i capelli già in parte imbiancati, più corti rispetto all’immagine che domina i parabrezza di almeno metà del traffico cittadino, e rughe profonde ai lati degli occhi scavati dal sonno, ma non poteva che essere lui.

-  A certe cose ormai ho smesso di crederci, dovresti saperlo – gli risposi, approfittando dopo qualche secondo di pausa, per chiedere di lui.

-  Tu, piuttosto? Come va?

Mi fissò con uno sguardo che non esiterei a definire vuoto.

-  Come vuoi che vada, qui è sempre più un inferno. Una settimana intera chiuso in ufficio e la domenica mattina a fare la spesa per sopravvivere un’altra settimana. Se non fosse per loro – disse indicando con il solo movimento degli occhi la donna che aveva sposato e il bimbo che dormiva pacifico nel passeggino – fuggirei altrove.

-  C’è chi ti invidierebbe, no? – provai a risollevare le sorti del discorso.

-  Sì, poveri pazzi. – scosse la testa in segno di disapprovazione – Cosa c’è da invidiare in una vita da pollo d’allevamento? Non ho più neppure il tempo per una gita al fiume o per una cena con gli amici… l’ultima risale a qualche millennio fa, ormai. Sei giorni su sette li passo in quel carcere di ufficio e nel fine settimana, per arrotondare qualche euro, faccio piano bar. Come se questo bastasse per coprire tutti i debiti che mi porto dietro… lasciamo stare, và.

Mi parlava con un tono più rassegnato che rabbioso, ma non mi stupivano i suoi discorsi: era ciò che raccontano più o meno tutte le persone che conosco.

-  Ti capisco perfettamente – cercai di mostrargli la mia comprensione – È una situazione così triste ma generalizzata, sai la crisi, queste cose qui…

-  Crisi un corno - non mi diede modo di finire il discorso – con queste scuse hanno rubato le “nostre” vite, i nostri sogni. Poi criticano i farisei! No, no, lascia perdere, ormai siamo senza via d’uscita e a parlarne ci si fa solo ingrossare il fegato!

-  E tuo padre? – gli chiesi – Lui che fa? È una vita che non si vede in giro…

-  Bah, da quando è andato in pensione ormai si è dato anima e corpo alla pittura. Pensa, non aveva neppure mai tenuto un pennello in mano prima! E ora se ne sta chiuso ore e ore in garage a dipingere… avrà anche una certa età ma, credimi, gli invidio tutto quel tempo libero.

-  Sarà contento di te, però. Sei un tipo che si dà da fare e ricordo che lui a certe cose ci tiene molto.

-  Contento, dici? Guarda, forse lui è l’unico felice in questa situazione. Dice di essere fiero del fatto che ho un lavoro e una famiglia, ma vorrei che si rendesse conto che non dovrebbe essere così misera la vita. Purtroppo io e lui continueremo a litigare all’infinito su certi argomenti…

Le parole di Gesù furono interrotte di colpo dalla voce di sua moglie che, ormai spazientita, premeva perché il marito la seguisse. A vederla bene ora riconoscevo anche lei: mi pare si chiamasse Natasha. Ecco sì, Natasha, la ragazza bielorussa che qualche anno fa lavorava in centro al Bar Fortuna.

-  Io scappo, amico – mi disse e, senza neppure attendere la mia risposta, si avviò a passo svelto verso il banco macelleria.

“Ma tu pensa come tocca ridursi…”, dissi tra me e me e, distogliendo lo sguardo da quell’uomo che mai avrei pensato di trovare così invecchiato e ingrassato, i miei occhi caddero sullo scaffale del sale.

Ecco dov’era.

Dalla mia bocca escono i vermi

Dalla mia bocca escono i vermi.

Ogni verme è una parola, ogni parola un verme. Bianco, viscido, agitato mentre scivola sulla schiena di mille altri suoi simili.

Schiudo le labbra e un altro è fuori, cade sul pavimento che è ormai un tappeto di animaletti molli.

Poi un altro. E un altro ancora.

Hanno tutti i miei stessi occhi, solo microscopicamente più piccoli. Lo stesso mio sguardo di qualche tempo fa.

E sognano di avere le ali, un giorno.

Magari trasformarsi in mosche per poter ronzare liberamente da un orecchio infastidito all'altro, sfiorare guance distratte, toccare bocche addormentate e farle svegliare di soprassalto.

Sognano questo e si strisciano addosso l'un l'altro sulle mattonelle fredde, mentre a decine continuano a spingersi fuori dalle mie labbra e a piovere su quel fiume quasi indistinto.

Si spingono mentre risalgono dal mio petto. Si spingono sempre con più insistenza e crescono.

Risalgono e crescono.

Più forti, più robusti, dal cuore, dai polmoni, dalla trachea.

Più risalgono e più crescono e più li sento risalire e più li sento crescere.

Come un tappo che si gonfia tra tessuti e nervi e mi blocca il respiro.

Bloccailrespirolariacrescerisalecresce.

Un fiume all'inverso, che procede sempre più a rilento mentre si riduce lo spazio a sua disposizione, argini che lo contengono ormai a stento rischiando di esplodere da ogni lato.

Un fiume.

Bloccailrespirohocomegliocchicheschizzanovia.

Cado in ginocchio (attendo la fine?).

Con una mano in gola (l'ultimo tentativo).

Per tirarli fuori (il viso rosso completamente bagnato di sudore).

Tiro (con le ultime forze).

Sento graffiarmi la gola.

E tiro, non so più cosa.

Sento la testa fra le dita, l'istinto di vomitare.

Ma è quasi fuori.

Mi graffio la gola.

Sento scavare i solchi.

Mi graffio, ma tiro.

È fuori…

Enorme, per un verme.

Tossisco, sputo.

Anche lui con i miei stessi occhi, macchiato di sangue, e mi guarda negli occhi quasi compassionevole.

Tossisco.

La parola più grande che questa bocca abbia mai partorito.

Dello stesso grigio del cielo

Dello stesso grigio del cielo

è quest'anima meschina,

pesante fardello di piombo

incollato alle mie spalle curve.

 

Mosche affamate la pungono

e piagano la pelle,

lavata da schegge di pioggia

dello stesso bianco del ghiaccio.

 

Trascino una croce

ma i chiodi mi hanno già trafitto

e piantato al suolo.

Neppure a colpi di lacrimogeni e bombe a mano

Non basteranno i caschi e i manganelli, gli scudi e gli stivali. Non basteranno i muscoli, la forza, i colpi vili alle spalle, né i pugni nello stomaco, gli sputi in viso e i calci in faccia.
Pensieri facinorosi continueranno ad aggirarsi tra le strette strade di una periferia già da troppo tempo abbandonata a se stessa e a seminare la loro violenta ira sul corso illuminato e negli angoli nascosti tra il kebab e i tubi del gas.
E distruggeranno vetrine encefaliche a colpi di ricordi strappati dai bordi dei marciapiedi sporchi, sfasceranno neuroni parcheggiati in doppia fila con bastoni modellati nel più duro legno degli alberi della convinzione e della speranza, incendieranno ipotalami ingrigiti dallo smog, ipofisi imbrattate con lo spray, talami innaffiati sera dopo sera dal piscio di indifferenti cani randagi.
E partiranno ancora, come ieri, sassaiole di immagini e desideri infranti, violente come grandinate devastanti nei campi più fertili, voleranno molotov alimentate da lacrime incendiarie, esploderanno cassonetti di memorie, rimpianti, parole, gesti, sguardi.
Non basterà l’intervento delle più preparate forze di polizia in tenuta antisommossa per placare la follia distruttiva di migliaia di ansie scese in piazza.
Non ci saranno colpi in aria in grado di far dileguare una folla tormentata e rabbiosa come un fiume in piena non più contenuto dai propri deboli argini.
Non spariranno i furiosi manifestanti che stanno radendo al suolo questo cervello strappato a morsi e sputato a terra da animali invisibili e feroci.
Perché da questa testa non ne usciresti neppure a colpi di lacrimogeni e bombe a mano.
Neppure se un incendio biblico la riducesse in cenere. Neppure se l’oceano la inghiottisse senza masticarla.
Gli scontri si placheranno, forse un giorno, indeboliti dal sonno e dalla stanchezza, il vento ritornerà a soffiare sulla polvere delle vie deserte e la pioggia a cadere sulle macerie di una città straziata e senza volto.
Forse  il silenzio nell’aria gelida di febbraio suggerirà la pace, ma non ricostruirà le rovine di questa mente oggi dilaniata e spenta.

Ho conosciuto la felicità

(1 novembre 2010)

Ho conosciuto la felicità, in un caldo pomeriggio estivo.

Aveva occhi in cui perdersi per ore ad ammirarli, lunghi capelli profumati e spalle capaci di sopportare il peso di un mondo triste e complicato.

Era in grado di cancellare il male tutto intorno. E mi travolse come una improvvisa frana di zucchero.

Raccolse il mio cuore inaridito e spento, gettato tra le spine di tutto ciò che non avrei più voluto neppure ricordare, ed iniziò ad innaffiarlo di speranze e serenità, tanto da farlo rifiorire nell’arco di poche ore, e sul mio viso stampò un sorriso del tutto nuovo, uno di quelli che gli altri sfoggiano con orgoglio passandoti vicino, quasi a voler farsi invidiare.

Eppure stavolta ero io a poterlo sfoggiare, a chiedere al mondo di invidiarmi, ad essere felice di raccontare la mia felicità.

E lei si nascondeva ovunque. Tra le lettere di una parola dolce, tra le note di una canzone, nelle scene di un film, nel profumo del caffè appena fatto, nel sonno che dolcemente arrivava a chiudermi gli occhi mentre ci si scambiavano piccoli pezzetti di tenerezza.

Era nel risvegliarsi con il sorriso ed un buongiorno in tasca, nell’affrontare ogni giornata con il sole dentro di sé, anche con il diluvio ad allagare le strade.

Era nelle braccia che mi stringevano. Nelle labbra che si poggiavano sulle mie. Nelle risate improvvise. Nelle difficoltà grandi e piccole che improvvisamente avevano smesso di far paura.

Era nei centotrentottochilometri, nelle attese, nei desideri, nell’immaginare il giorno dopo e quello dopo ancora.

Era dappertutto.

La felicità aveva scelto di farsi conoscere anche da me, di mostrarsi in tutto il suo splendore. E dire che mai mi si era avvicinata a tal punto!

Ma i suoi disegni sono così difficili da comprendere e non esiste corda capace di permetterci di legarla a noi non appena ci si presenta. Nessun trucco, nessuna magia, nulla che sia nelle nostre possibilità può farci intromettere nei suoi progetti.

E così, improvvisa come mi travolse, quella stessa felicità ha deciso di andar via. Ha rimesso in valigia il mio sorriso e svuotato l’innaffiatoio, lasciandomi soltanto una scatola colma di immagini da far scorrere d’avanti ai miei occhi per ricordare che lei esiste, al di là che scelga di accompagnarci per tutta la vita o di fare soltanto una rapida apparizione.

Che poi i bei ricordi esistono soltanto per star male. Per desiderare impossibili ritorni e versare lacrime nella speranza di riuscire a colmare il vuoto che ci portiamo dentro.

Così mi volto indietro e rivedo quello che per tanto tempo è stato il mio angolo buio di solitudine. Un po’ impolverato, questo sì, ma è ancora esattamente come l’avevo lasciato.

Non mi va neppure di dargli una ripulita…

Mi appoggio una giacchetta sulle spalle, ché il freddo sta tornando, e mi siedo lì, con la mia scatola dei ricordi sulle ginocchia.



Appunti di vita quotidiana in un mondo che mi circonda ma non mi sfiora

(21 settembre 2010)

Le bombe continuano a cadere su Kabul. Si muore a gruppi di centinaia, come formiche di cui nessuno conosce nomi, volti, storie e speranze.

Le Borse europee crollano, qualsiasi cosa ciò significhi, tra le urla esagitate di compravenditori di oscure sigle e percentuali enigmatiche.

Il petrolio inquina mari, stermina animali e muove automobili, camion, scooter, motocicli, aerei, mezzi multiruote di ogni dimensione e prezzo. Un’automobile è, per gli umani, fonte di incredibili gioie, altro che stupidi fenicotteri annegati.

I prati sono risucchiati da cemento denso, gli alberi abbattuti da ruspe muscolose, i fiumi mutano colore, le piogge cadono sempre uguali a se stesse, ignare della propria velenosa acidità.

La televisione parla. La televisione racconta che tutto va male ma va tutto bene, che si muore per pochi euro al mese ma è l’estate delle zeppe e delle soubrette incinte e con le tette a canotto.

Un Presidente minaccia i Presidenti che non la pensano come lui e che a loro volta lo minacciano perché lui non la pensa come loro. Giocano a tennis con una bomba atomica e, se questa tocca terra... Bum!

Le opinioni sono denaro. Le azioni sono denaro. Il denaro è denaro e in quanto tale ha diritto di precedenza, è l’unica vera droga che infetta il sangue di questi strani esseri umani. Il denaro trasforma le persone in violenti assassini, pazzi, sfruttatori, sadici, arrivisti, leccaculo…

Una giovane mamma strangola il suo neonato perché piange, mentre un figlio voglioso di bianca e zuccherosa coca pugnala i propri genitori.

Onorevoli incravattati stringono mani mafiose e insanguinate in ville di stile hollywoodiano, chiudono affari, condannano a morte.

I farmaci fanno bene, anche quando curano malattie immaginarie. Il sesso fa bene, anche quando è merce e oggetto di lussurioso baratto.

Lembi di terra tremano da un angolo all’altro del pianeta, vulcani sputano fiumi di lava incandescente, piogge torrenziali allagano e distruggono regioni sconosciute, fiamme alte come palazzi avvolgono ettari di boschi, l’intero globo terrestre è disseminato di sciagure ad elevato potenziale di share televisivo.

Tutto si muove, ogni cosa cerca nuovi modi per sorprendere e stupire, ma, per quanto si impegni, non è che ripetizione su ripetizione di film già visti e recitati a memoria negli anni trascorsi e ormai messi a marcire nei cassetti.

Ma tu, che su una panchina mi stringi a te offrendomi le tue soffici labbra, dei monotoni copioni di questo pianeta avido e vanitoso ne fai coriandoli. Colorati e irregolari. Microscopici. Infinitesimali.

Coriandoli leggeri soffiati via dal vento. Il soffio del vento.

Nulla più esiste.

E nulla può più sfiorarmi           .

 

E dei tuoi grandi occhi

(5 settembre 2010)

Ho un vuoto, qui tra il cuore e lo stomaco. Giusto al centro.
Uno spazio così piccolo e così profondo, da caderci dentro e rimanere intrappolati.
Lo osservo dall’alto, con la testa piegata in avanti, poggiato a un muro freddo che cerca di imitare, senza riuscirci, il dolce calore di un abbraccio.
Non sembra che una ferita, un comunissimo taglio. Ma è nero, ha il colore degli abissi marini e affonda dalla pelle fino ai più nascosti labirinti del muscolo destinato a pompare sangue ed emozioni.
Cerco di penetrarlo con un dito per capirne la forma, studiarne il perimetro e realizzare se mai abbia una fine. Al diavolo il bruciore! Mi spingo sempre più in profondità, eppure la discesa sembra destinata a non avere una conclusione.
In qualche modo dovrei colmarlo. Vorrei colmarlo.
Provo ad offrirgli dell’acqua, a riempirlo goccia a goccia per dissetarlo e placare le sue ansie. Ma non serve. Ed ogni goccia ritorna indietro, colando ancora fredda sulla mia pelle e provocandomi leggeri brividi.
Così provo a porgergli del cibo. Caldo. Nutriente. Cerco di saziarlo e consolarlo, ma è tutto inutile. E lui si stringe e si richiude su se stesso per impedirmi di donargli anche la più piccola delle briciole.
Provo allora con il sonno, perché il riposo possa aiutarlo a dimenticare la sua malinconia, con le carezze, perché si possa sentire rincuorato, con la musica, con un canto, con l’aria tiepida di fine estate…
Ma lui mi osserva, nero e profondo. Mi osserva pur non avendo occhi, ma solo un grande sguardo triste.
Mi osserva e lentamente si dischiude per mostrarmi finalmente il suo oscuro interno.
E la sua forma si rivela, così perfetta e così incantevole, con le sembianze di un dolce desiderio, quello di risplendere ancora e ancora della tua presenza e dei tuoi grandi occhi.

 

La città non ha mai goduto di tante stelle insieme

(26 agosto 2010)
 
Vorrei lasciarmi accarezzare da un delicato vento in una notte estiva di montagna.
Dal vento e da te.
Dalle tue mani morbide e profumate che giocano tra i miei capelli. Da frasi un po' dolci e un po' divertenti, sussurrate piano per non disturbare il sonno di una natura assopita e mai immobile. Da costellazioni inesistenti create unendo a caso i luminosi punti sospesi su di noi.
Dio, la città non ha mai goduto di tante stelle insieme.
 
Vorrei essere ovunque e in nessun luogo. Che tu mi accompagnassi ovunque. E in nessun luogo.
Per prati reali e mari immaginati, spazi infiniti e stanze piccole come tasche di jeans.
Creare, modificare, tagliare/incollare i luoghi a nostro piacimento in uno strano gioco che renda luccicanti le periferie, colorate le zone industriali, beate le autostrade.
Beate le autostrade, che si uniscono tra loro e non si separano mai.
 
Vorrei sentirmi ridere per le tue risate. Piangere per le tue lacrime. Sognare i tuoi stessi sogni e goderne anche senza che essi si realizzino.
Donarti qualcosa di inutile per il solo gusto di farlo, ma farlo come se fosse la cosa più indispensabile al mondo. Impacchettare scatole di serenità e prendermene cura perché il loro contenuto sia sempre a tua disposizione.
Sai che la serenità non si compra col denaro, ma è ciò che rende felici?
 
Vorrei scrivere pagine e pagine all'ombra di una quercia secolare. Trarre ispirazione dal tuo sguardo e usare la penna come l'abile pittore fa col suo pennello, per ritrarti dolce e addormentata con sillabe e lettere e parole e lunghe frasi legate tra loro per mezzo di un caldo abbraccio. Disegnare i delicati lineamenti del tuo viso con versi poetici e mai banali per rileggerli in tua assenza e sentire il tuo passo leggero.
Come se fosse reale, alle mie spalle.
 
Vorrei dimenticarmi dei nebbiosi giorni uguali, delle estati solitarie, dei pugni al muro, delle rabbie voraci. Vivere ogni attimo in funzione del tuo sorriso, cadere cento volte e rialzarmi mille, e mai piangere per le ginocchia sbucciate dai microscopici e pungenti sassolini sparsi sotto i nostri piedi.
Rialzarmi. Rialzarmi più forte di prima solo perché i grattacieli crollano ma tu resti costantemente al mio fianco.
Eppure la polvere alzata da un grattacielo crollato è densa, gonfia gli occhi e riempie i polmoni fino a farli esplodere.
 
Vorrei parlarti stando in silenzio. Cercarti standoti accanto.
Non concludere mai questo monologo che non sa di esistere, ma che incosciente continua a prendere forma.
Perché le conclusioni hanno quasi sempre un sapore amaro, indigesto, e preferisci evitarle. Non come gli inizi di nuove avventure, in cui ogni atomo che li compone è carico di speranze, attese spasmodiche e timidi groppi in gola.
Vorrei perpetrare all'infinito quegli inizi. Ribaltare la sconosciuta chimica degli eventi umani in modo che l'andare avanti sia un continuo succedersi di emozionanti punti di partenza e mai di stanco arrivo.
Vorrei non dover pensare più al mondo come a un grosso masso che ci schiaccia prepotente.
 
E godere ancora di tutte quelle stelle di cui le città ignorano l'esistenza.
 
 

Non te ne rendi ancora conto

Non te ne rendi ancora conto? Non vedi che ci circondano? Avidi Dracula degli anni duemila, assetati di sangue in globuli rettangolari di carta filigranata. Vampiri senza canini aguzzi, bramosi di zeri da aggiungere al proprio conto in banca. Piattole fameliche in abiti di stoffe pregiate, cucite insieme da schiavi e schiave incatenati ai loro mutuirateprestitiastrozzoautorizzato.

Non vedi che si stanno avvinghiando ai tuoi fianchi per succhiare litri e litri della tua anima, ubriacata dai loro stessi ipnotici tranelli? Non ti accorgi del loro sadico gioco felino, mentre con l’unghia ti tengono per la coda per poi lasciarti a piacimento, illudendoti di avere i movimenti liberi, e riprenderti quando senti di poter correre ovunque? Davvero tutto questo sfugge ai tuoi occhi, accecati dai fumosi desideri che ti vengono subdolamente imposti?

E tu li adori, quei tafani in giacca e cravatta, mentre pungono ogni tuo lembo di pelle libero, mentre centimetro per centimetro bolle rigonfie di pus ti colonizzano senza sosta. E tu li supplichi, affinché acconsentano a tenerti al loro servizio, a capo chino e corpo disponibile. Li implori affinché le loro briciole masticate e sputate possano essere il tuo ricco pasto per i giorni a venire.

Diamine, non li riconosci ancora? Hanno auto grandi come monolocali, potenti, fiere e con gli interni in pelle. Hanno figlidioti incapaci e viziati ai posti di comando e presunti amici che ridono e recitano e ridono e recitano. Sono mariti cornuti e puttanieri e hanno mogli cornute e troie e amanti cornute e troie con mariti cornuti e puttanieri. Usano vocaboli anglosassoni per ostentare insulsa superiorità. Parlano di piani a medio-lungo termine, investimenti, azioni, dividendi, brand, skills, business, briefing, budgetadvertisingretailjointventurestockacvafsdgavasgsgbababgrwwebd………

Non senti i grumi del morbo che diffondono scorrerti nelle vene? Non accusi ancora i sintomi del contagio? Sono maiali che credono in Dio. Hanno Santi stigmatizzati, fustigati, decapitati e arsi vivi in cornici di legno pregiato. Hanno croci di metalli preziosi, Cristi placcati in oro e Madonne da venerare. Ostentano il proprio senso dello spirituale e lo materializzano convinti di avvicinarsi al Divino proporzionalmente alle dimensione e alla ricchezza delle loro icone. Hanno preghiere da recitare e bestemmie da vomitare. Sono credenti della peggior specie, a caccia di una salvezza che inconsciamente sanno già di non meritare.

Ti obbligano a desiderare desideri, a sentire il bisogno di bisogni inesistenti, ti ficcano le mani sporche di denaro e vagine nel cervello per manipolarlo come DAS e spingerti, nel poco tempo che ti rimane, in colorati Eden ricchi di mele a tua completa disposizione a X euro e 99.

Ti chiamano consumatore, perché senz’anima non sei null’altro che un viscido verme parassita in grado solo di consumare. Spendere e consumare. Spendere e consumare. Spendere e consumare. Spendere e consumare. Spendere e consumare. Consumare senza coscienza di essere tu quello consumato, logoro, decomposto.

Ti violentano senza penetrarti. Ti massacrano senza bastonarti. Ti strappano la pelle a morsi senza farti sanguinare. Ti deturpano. Ti incatenano. Ti frustano. Ti spezzano. Ti annientano. Ti divorano.

 

 

Sei il loro agnello sacrificale e tu non te ne rendi ancora conto…

Uno Stato "totalitario" davvero efficiente...

Uno Stato "totalitario" davvero efficiente sarebbe quello in cui l'onnipotente comitato esecutivo dei capi politici
e il loro esercito di direttori soprintendessero a una popolazione di schiavi che ama tanto la propria schiavitù da non dovervi neanche essere costretta.
Far amare agli schiavi la loro schiavitù: ecco qual è il compito ora assegnato negli Stati totalitari
ai ministeri della propaganda, ai caporedattori dei giornali e ai maestri di scuola.
(Aldous Huxley)