Io vi adoro. Quanto vi adoro, rinchiusi nelle vostre bare a quattro ruote, tutti in fila di corsa verso la vostra prigione quotidiana.
Non conosco nessuno di voi, i vostri volti, le vostre rabbie dipinte negli occhi, nulla, eppure vi adoro mentre la voce alla radio mi racconta delle vostre attese, giorno dopo giorno. Lunghe chilometri. Lunghe minuti, ore.
Vi immagino uno per uno, incatenati senza catene, ammanettati senza manette, in un unico, immenso, coito di lamiere di forme e colori diversi, che schizzano a intervalli regolari inondando l'asfalto violentato e immobile.
Vi immagino e vi leggo dentro, perché in fondo ero uno di voi, una microscopica parte di quella volgare eiaculazione di massa, riversata ad orari prestabiliti sulle strade e diretta verso i vostri uffici, verso i vostri supermercati, verso le vostre case, verso le vostre monotone vite, che odiate e a cui non vi va di rinunciare.
No, non vi conosco, ma mi basta sapervi fermi in coda all'uscita di qualche tangenziale nebbiosa, mentre vi strappate via pezzi di unghie con i denti, per sentirmi bene. E adorarvi.
Adoro i vostri sbuffi.
Adoro le vostre dita nel naso.
Adoro i vostri sorpassi azzardati nella speranza di recuperare pochi secondi di vita.
Adoro le vostre liti.
Adoro i vostri pugni sul volante.
Adoro le vostre bestemmie.
Adoro i vostri clacson impazziti.
Adoro i vostri figli viziati e frignanti sui sedili posteriori.
Adoro le vostre camicie impregnate di sudore.
Adoro i vostri parcheggi sempre completi.
Adoro le vostre corse affannose.
Adoro le vostre vite.
Perché nessuna di quelle è la mia.
Con oggi fanno esattamente tre anni, due mesi e undici giorni da quando ho abbandonato il mio ultimo posto di lavoro. Qualcosa come milleduecento giorni in cui ho potuto essere realmente mio, decidere del mio tempo, delle mie azioni.
Mio. Che suono soave in appena tre microscopiche lettere.
Voi direte che sono pazzo, ma ad essere sinceri non avevo mai riso tanto prima d’ora e poco importa se in questi anni ho continuato a farlo sempre da solo.
I venticinque metri quadri che mi circondano sono più che sufficienti per godere delle nevrosi di chi sta fuori. Mi bastano il mio letto, l’aria che entra dalla finestra e una radiolina che mi narri le gesta di voi temerari uomini comuni per sentirmi bene come non mi era mai accaduto.
Ho finito per imparare tutti gli orari di tutte le stazioni radio che trasmettono le informazioni sul traffico, i bollettini sulle vostre misere vite, e non riuscireste mai a immaginare quanto sia piacevole sentirsi raccontare della monotonia dei vostri giorni, ai quali sacrificate le ultime briciole della vostra volontà.
Il denaro che avevo messo da parte, sudando e disprezzando, mi è bastato per tirare avanti fino ad oggi senza troppi patemi, forse ho anche qualche altra settimana di autonomia poi magari morirò o deciderò io di morire, ma non c'è nulla di strano: anche voi vi state uccidendo poco per volta e in modo molto più crudo e violento di quanto non riuscirei a fare io, solo che ve ne manca la consapevolezza.
A conti fatti, di voi non restano che tre o quattro ore scarse al giorno, un sesto della vostra intera esistenza a voler essere ottimisti. Su sessant'anni, soltanto una decina appartengono realmente a voi ma lo chiamate progresso.
Il vostro meraviglioso progresso.
Con l’arrivo della bella stagione ho iniziato ad aggirarmi nudo per casa. Il solo contatto tra la pelle e l’aria è così incredibilmente eccitante, che quasi mi chiedo come abbia fatto a vivere rinchiuso in un’armatura di lane e tessuti fino ad oggi. Quanto adoro la mia libertà!
Cammino a testa alta per lasciarmi accarezzare in ogni angolo del corpo dall’aria tiepida di quest’inizio estate. A volte cammino anche ad occhi chiusi immaginandomi tra voi, tra le vostre divise, le vostre mode, i vostri simboli di eleganza. Mi guardereste con un’espressione di incredulità e scandalo ma mi invidiereste con tutta la forza che vi rimane.
Il problema è che vivete di oggetti. Siete miseri, bambini travestiti da uomini e donne iperimpegnati che misurano il loro successo sulle “cose”, su aggeggi da possedere come mogli, o meglio, come amanti.
Sareste capaci di vendere altre ore della vostra già penosa vita solo per avere in cambio l’ultimo modello di questo o quel marchingegno.
Mi fate pietà.
Tenerezza, anche, di quella tenerezza che farebbe venir voglia di farvi del male, se non fossi così appagato dall’aver spezzato tutte le catene che mi tenevano prigioniero. Potrei farvi del male e invece preferisco distendermi sul pavimento, con la radio sempre a portata di mano e l’immaginazione accesa, per assaporare con ancora più piacere l’ennesima ripetitiva puntata del film che vi vede protagonisti.
Il primo contatto con le mattonelle gelide ha lo stesso effetto di una scarica elettrica che si propaga lungo tutta la colonna vertebrale. È come un orgasmo asciutto.
Poi pian piano si placa e subentra uno stato di dolce piacere. Divento un tutt’uno con la ceramica bianca, mentre vi apprestate a rimettervi in coda.
Telefono alla mano, orologio al polso. Inizia un’altra ora di prigionia metallica, per voi.
Per me il traffico nelle ore di punta è così dannatamente appagante. Immaginarvi a file di centinaia di automobili per volta mi rallegra sinceramente. Ad ogni parola dello speaker conto una nuova ruga sui vostri volti, sulle fronti sudate e sulle guance smunte.
Ricordo un blocco interminabile causato da un tir ribaltatosi in autostrada.
Sarà durato ore.
Erano appena le 8 del mattino quando appresi la notizia, avevo appena aperto gli occhi ma fu così eccitante che finii per masturbarmi e, sorridendo, mi riaddormentai senza neanche cambiare le lenzuola.
Quando decisi di lasciare il mio miserabile posto di lavoro, pensai di dover trovare una scusa plausibile, che mi permettesse di evitare tante domande e tutte le eventuali proposte di ripensamento e mi facesse chiudere i giochi nel modo più pulito possibile. Insomma, volevo semplicemente tornarmene sulla mia strada, senza dovermi preoccupare ulteriormente di nessun altro al di fuori di me.
Così a metà mattinata mi feci ricevere dal mio capoufficio, fingendomi poco risollevato da ciò che di lì a poco gli avrei raccontato. Occhi bassi, espressione grave, la voce spezzata, gli comunicai senza giri di parole di aver appena scoperto di essere gravemente malato: toccava dedicarsi alle cure, riposarsi, magari godere per gli ultimi mesi dei pochi piaceri riservati ai viventi.
Ecco, ero costretto a lasciare. Punto e a capo.
Le mie parole furono seguite dall’immancabile attimo di silenzio, dal viso incredulo e quasi dispiaciuto del capo, dalla prevedibile frase “Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, conta su di noi”, finché l’atmosfera tagliente non fu interrotta da una telefonata. Dal tono di voce fiero e brillante dello squalo in giacca e cravatta intuii che si trattava di una delle puttanelle con cui si intratteneva nei suoi faticosi viaggi di lavoro.
Già rideva e lanciava occhiolini, alla faccia del futuro cadavere di fronte a lui, ma anche questo era prevedibile.
Fu l’ultima volta che mi videro da quelle parti.
L’aria fuori aveva tutto un altro sapore, mi accarezzava la pelle come la migliore amante che si potesse desiderare, come mai in fondo mi era capitato di provare. Né con l’aria, né con un’amante.
Quel giorno girai a vuoto fino a tarda sera, non pensai a nulla e distrussi con colpi ben assestati di nulla assoluto i miei primi penosissimi ventisette anni di vita.
Altro giro, altra corsa.
Avevo già pianificato di vivere finché possibile con il frutto dei miei anni di schiavitù retribuita: senza vizi e con qualche rinuncia neppure tanto pesante, avrei potuto tranquillamente godere di me stesso per un discreto arco di tempo.
Dopodiché, si sarebbero tirate le somme.
Avevo ormai deciso di non fare più nulla che non avessi realmente voluto e di recuperare tutto il tempo sprecato, ben consapevole del fatto che in realtà neppure io sapevo cosa avessi da recuperare. Eppure, vegetale per vegetale, meglio una vita da erbaccia spontanea che da stupido fiore da serra, manipolato e prigioniero.
Nel giro di un paio di settimane trovai un monolocale in affitto a un centinaio di chilometri dalla mia vecchia casa, mollai tutto e sparii.
La natura avrebbe fatto il suo corso.
Da un po’ di tempo ho smesso anche di fare le pulizie in casa. Non che sia mai stata una delle mie attività principali, sia chiaro, ma il mio auto-abbandono ha ormai preso il sopravvento.
Ho visto donne fare di una scopa o di uno straccio bagnato la propria ragione di vita, sottomettersi per ore ad ogni crudele tortura per far risplendere mobili e pavimenti che, con buonissime probabilità, avrebbero visto brillare soltanto loro con gli amati mariti.
Una cruenta lotta per la sopravvivenza tra casalinghe e polvere che solo all’apparenza vede le prime vincitrici. Il nemico è ostico, arretra, si nasconde, si riorganizza e ritorna puntuale la mattina successiva a ricoprire qualsiasi oggetto sparso per casa. E la guerra ricomincia.
Tutto questo non fa per me, io che mi concedo soltanto a ciò che mi provoca qualche forma di piacere, fisico e mentale, fosse anche soltanto un profumo, un pensiero, il bollettino del traffico o una sega.
Le mensole di casa mia sono ormai come un enorme foglio su cui scrivere e disegnare con le dita ciò che mi passa per la testa. A volte le uso come promemoria, altre volte invento buffi personaggi che durano il tempo di qualche ora. Poi ci sono vestiti ovunque.
E il letto. Il letto dev’essere sempre pronto a riabbracciarmi. Non sopporto quelle lenzuola che al mattino ti sputano fuori e si richiudono ermeticamente obbligandoti a subire il mondo.
Le briciole fanno il loro dovere.
Le scatole vuote possono convivere con i soprammobili anche svariati giorni.
Le macchie nere sul pavimento e sulle pareti del bagno nascondono qualche bel momento di gioia e finirei anche per dispiacermi se non le vedessi più.
E poi mi consola che almeno il termine “mattonella” sia di genere femminile, sapere di essere venuto su qualcosa di femminile.
Ecco, per una volta vinco io.
Poi mi ammalai per davvero. Fitte improvvise, rapide e lancinanti iniziarono a colpirmi alla testa, tra gli occhi e le tempie, la memoria per qualche minuto spariva nel nulla e qualcosa che somigliava a delle scariche elettriche in rapida successione si espandeva nel cervello.
All’inizio accadeva una volta al mese, poi ogni due settimane, poi ogni dieci giorni e via via fino ad arrivare a dosi anche quotidiane di dolore. Nessuno ne aveva capito la causa, nessuno vedeva nulla di strano, nessuno aveva saputo dargli un nome ed io imparai a conviverci.
Mi ero stancato quasi subito di fare avanti e indietro tra studi di persone boriose e piene di sé che avrebbero avuto difficoltà anche a diagnosticarmi un raffreddore. Scelsi di continuare a vivere la mia vita come già stavo facendo e non mi preoccupai più di nulla.
Da qualche parte era stabilito che dovesse andare così ma io, più che disperarmene, finii solo per apprezzare ancora di più le mie scelte, perché se anche fosse finita male, avrei comunque considerato guadagnati questi pochi anni di libertà. Anzi, forse lo sarebbero stati ancora di più.
Di tempo ne è passato eppure in qualche modo sono ancora in piedi. Subisco le mie fitte quando arrivano e lascio che facciano il loro dovere. Sono sicuro che, se un giorno una di loro mi dovesse ammazzare, io non farò neppure in tempo ad accorgermene.
Ho un divano che mi abbraccia come nessuna donna abbia mai fatto. Mi abbandono a lui, infilo il viso tra le sue braccia morbide e rimango lì, comunque vada.
Rimaniamo lì. Io e la mia mente e il mio respiro e la polvere che nuota nell’aria e i tre raggi di sole dalla finestra e l’acqua gelida da bere e le lame che mi segnano dentro e fuori e gli occhi chiusi e gli occhi aperti e gli occhi lucidi e i miei vuoti e i miei vuoti e i miei vuoti e.
Il traffico nei giorni di festa ha qualcosa di indecifrabile: orde di persone, impazzite come formiche innaffiate con una pompa, raccolgono le proprie cose, le accumulano nelle proprie bare mobili e si riversano sulle strade con la stessa maniacale follia di tutti gli altri giorni. Forse anche peggiore.
I racconti della radio si prolungano, si intensificano, toccano l’estasi delle giornate più indimenticabili, mentre mi lascio cullare da questa monotona voce narrante, seduto all’ombra su una panchina, nel boschetto a poche centinaia di metri da casa.
Sì, ci dev’essere qualche insana forma di nostalgia che vi spinge a ripetere, anche quando potreste non farlo, gli stessi identici movimenti di tutti i giorni, a sprecare ore di tempo in code chilometriche forse per il solo piacere di non sentirvi soli. Un attaccamento alla vostra stessa miseria che proprio non riuscite a scrollarvi di dosso.
Non osservate un tramonto da mesi, perché farlo significherebbe togliere minuti preziosi alla vostra produttività, alle vostre incessanti corse, ai vostri traguardi.
Da anni non respirate a pieni polmoni il profumo di un filo d’erba tagliato. Non vi guardate intorno a meno che ciò che osservate non sia coperto da una vetrina e segnato da un cartellino.
A volte ho l’impressione che siate nati già morti.
Non come gli alberi, che vivrebbero in eterno se nessuno li toccasse. Fermi, immobili, non hanno certo bisogno di correre come scalmanati dietro agli impegni più stupidi, come fate voi.
Se ne stanno lì ad osservare il mondo che gli sta intorno, a meditare come vecchi saggi e ad ogni nuova idea metter su un’altra foglia. E li osservo giocare con qualsiasi animaletto gli si avvicini, volante, strisciante o zampettante che sia.
Guardo lucertole rincorrersi sui tronchi e uccelli cantare tra i rami, mentre gli unici suoni da cui vi fate accompagnare sono quelli di clacson e motori e sirene sfreccianti.
Dovreste imparare ad osservarli più spesso, gli alberi. L’armonia che racchiudono in sé è il contatto con il mondo che avete perso. Che non avete mai avuto.
Ecco, se dovessi rinascere chiederei di essere uno di loro.
A patto di mettere radici il più lontano possibile da voi.
Ho appena superato la fitta più forte ed insistente degli ultimi mesi, come dieci minuti con un trapano infilato negli occhi a scavare e riscavare: ho l’impressione che, in un modo o nell’altro, si stia avvicinando davvero l’epilogo.
Nulla di preoccupante, in fondo. In qualche modo bisogna pur uscire di scena e per me è mille volte meglio farlo così, con un sorrisetto sulle labbra, che completamente consumato da un’intera esistenza sacrificata per qualcos’altro.
E poi, per dirla tutta, stanno finendo anche i soldi ed io non ho nessuna intenzione di tornare a prostituirmi nelle vostre prigioni. Dunque, un epilogo ci dovrà per forza essere.
Se non altro, per un po’ ho avuto il pieno controllo di me stesso, cosa che lì fuori sognate ma fate finta di ignorare. Nessun legame, nessuna convenzione, nessuna costrizione.
Non come voi, che vi obbligate ad inseguire obiettivi che qualcun altro ha creato per voi.
Non come voi, manichini. Voi, robot.
Voi, statue.
Eppure è così misero e odioso rendersi conto di quanto non ci apparteniamo. Se solo riusciste a farlo, tutti insieme, nello stesso istante, all’improvviso vi amerei.
Ma la radio racconta tutt’altro.
Siete di nuovo in fila.
Le lamiere sono bollenti.
Ne sta arrivando un’altra.
Trentadue compresse di sonnifero, ognuna con un nome diverso, un colore diverso. Una piccola collezione che tenevo da parte nel mobile del bagno per la prima importante occasione.
Credo sia il momento adatto per tirarle fuori.
Sembrano quasi caramelle assortite: menta, arancia, banana, e poi c’è quella che mi ricorda le Galatine al latte. Morire può quasi sembrare un gioco con tutte queste forme ed i colori allegri e gioiosi.
Il gas è spento. L’acqua pure.
La casa l’ho lasciata in ordine, più o meno.
Per un evento di questo tipo preferisco l’aria aperta, l’erba tutt’intorno, gli scapigliati rami degli alberi a farmi ombra. Stavolta anche la radio l’ho lasciata tacere, non vorrei per nulla al mondo dovervi immaginare anche in questo momento.
C’è invece un fiumiciattolo, in questo boschetto, che sparisce sotto un piccolo ponte di pietra. Scorre senza preoccuparsi d’altro. Se incontra dei sassi sul suo percorso, li investe e corre via. Se una foglia vi cade dentro, la porta via con sé senza chiederle il permesso. E se ti fermi a guardarlo non si arresta solo per il gusto di ricambiare lo sguardo o chiederti chi sei e cosa vuoi. È così sicuro di sé, sa da dove partire e dove arrivare, senza compromessi.
Eppure, se gli si avvicina un uccello, un cane o un uomo assetato, non si tira certo indietro. È lì anche per farsi bere, per dissetare la terra, le radici, ma segue la sua strada. E non chiede nulla in cambio.
Cristo, più osservo la natura qui intorno e più mi chiedo perché non possa essere tutto così regolare e perfetto per noi miseri esseri umani.
Un’ora qui ha più valore di tutte le vostre, le nostre esistenze messe insieme.
Comincio da quella celeste. Mi ricorda di quand’ero piccolo e il celeste era il mio colore preferito.
Poi la bianca e la gialla e la viola.
Una dopo l’altra.
Trentadue dovrebbero bastare. La vecchia quercia mi protegge e oggi non voglio nessun altro oltre lei accanto a me.

(pic: "Traffic", by Zdzislaw Majrowski)