(26 agosto 2010)
Vorrei lasciarmi accarezzare da un delicato vento in una notte estiva di montagna.
Dal vento e da te.
Dalle
tue mani morbide e profumate che giocano tra i miei capelli. Da frasi
un po' dolci e un po' divertenti, sussurrate piano per non disturbare il
sonno di una natura assopita e mai immobile. Da costellazioni
inesistenti create unendo a caso i luminosi punti sospesi su di noi.
Dio, la città non ha mai goduto di tante stelle insieme.
Vorrei essere ovunque e in nessun luogo. Che tu mi accompagnassi ovunque. E in nessun luogo.
Per prati reali e mari immaginati, spazi infiniti e stanze piccole come tasche di jeans.
Creare,
modificare, tagliare/incollare i luoghi a nostro piacimento in uno
strano gioco che renda luccicanti le periferie, colorate le zone
industriali, beate le autostrade.
Beate le autostrade, che si uniscono tra loro e non si separano mai.
Vorrei
sentirmi ridere per le tue risate. Piangere per le tue lacrime. Sognare
i tuoi stessi sogni e goderne anche senza che essi si realizzino.
Donarti
qualcosa di inutile per il solo gusto di farlo, ma farlo come se fosse
la cosa più indispensabile al mondo. Impacchettare scatole di serenità e
prendermene cura perché il loro contenuto sia sempre a tua
disposizione.
Sai che la serenità non si compra col denaro, ma è ciò che rende felici?
Vorrei
scrivere pagine e pagine all'ombra di una quercia secolare. Trarre
ispirazione dal tuo sguardo e usare la penna come l'abile pittore fa col
suo pennello, per ritrarti dolce e addormentata con sillabe e lettere e
parole e lunghe frasi legate tra loro per mezzo di un caldo abbraccio.
Disegnare i delicati lineamenti del tuo viso con versi poetici e mai
banali per rileggerli in tua assenza e sentire il tuo passo leggero.
Come se fosse reale, alle mie spalle.
Vorrei
dimenticarmi dei nebbiosi giorni uguali, delle estati solitarie, dei
pugni al muro, delle rabbie voraci. Vivere ogni attimo in funzione del
tuo sorriso, cadere cento volte e rialzarmi mille, e mai piangere per le
ginocchia sbucciate dai microscopici e pungenti sassolini sparsi sotto i
nostri piedi.
Rialzarmi. Rialzarmi più forte di prima solo perché i grattacieli crollano ma tu resti costantemente al mio fianco.
Eppure la polvere alzata da un grattacielo crollato è densa, gonfia gli occhi e riempie i polmoni fino a farli esplodere.
Vorrei parlarti stando in silenzio. Cercarti standoti accanto.
Non concludere mai questo monologo che non sa di esistere, ma che incosciente continua a prendere forma.
Perché
le conclusioni hanno quasi sempre un sapore amaro, indigesto, e
preferisci evitarle. Non come gli inizi di nuove avventure, in cui ogni
atomo che li compone è carico di speranze, attese spasmodiche e timidi
groppi in gola.
Vorrei perpetrare all'infinito quegli inizi.
Ribaltare la sconosciuta chimica degli eventi umani in modo che l'andare
avanti sia un continuo succedersi di emozionanti punti di partenza e
mai di stanco arrivo.
Vorrei non dover pensare più al mondo come a un grosso masso che ci schiaccia prepotente.
E godere ancora di tutte quelle stelle di cui le città ignorano l'esistenza.