E dei tuoi grandi occhi

(5 settembre 2010)

Ho un vuoto, qui tra il cuore e lo stomaco. Giusto al centro.
Uno spazio così piccolo e così profondo, da caderci dentro e rimanere intrappolati.
Lo osservo dall’alto, con la testa piegata in avanti, poggiato a un muro freddo che cerca di imitare, senza riuscirci, il dolce calore di un abbraccio.
Non sembra che una ferita, un comunissimo taglio. Ma è nero, ha il colore degli abissi marini e affonda dalla pelle fino ai più nascosti labirinti del muscolo destinato a pompare sangue ed emozioni.
Cerco di penetrarlo con un dito per capirne la forma, studiarne il perimetro e realizzare se mai abbia una fine. Al diavolo il bruciore! Mi spingo sempre più in profondità, eppure la discesa sembra destinata a non avere una conclusione.
In qualche modo dovrei colmarlo. Vorrei colmarlo.
Provo ad offrirgli dell’acqua, a riempirlo goccia a goccia per dissetarlo e placare le sue ansie. Ma non serve. Ed ogni goccia ritorna indietro, colando ancora fredda sulla mia pelle e provocandomi leggeri brividi.
Così provo a porgergli del cibo. Caldo. Nutriente. Cerco di saziarlo e consolarlo, ma è tutto inutile. E lui si stringe e si richiude su se stesso per impedirmi di donargli anche la più piccola delle briciole.
Provo allora con il sonno, perché il riposo possa aiutarlo a dimenticare la sua malinconia, con le carezze, perché si possa sentire rincuorato, con la musica, con un canto, con l’aria tiepida di fine estate…
Ma lui mi osserva, nero e profondo. Mi osserva pur non avendo occhi, ma solo un grande sguardo triste.
Mi osserva e lentamente si dischiude per mostrarmi finalmente il suo oscuro interno.
E la sua forma si rivela, così perfetta e così incantevole, con le sembianze di un dolce desiderio, quello di risplendere ancora e ancora della tua presenza e dei tuoi grandi occhi.