I tuoi capelli, i tuoi capelli neri e profumati, sono così appiccicosi. Goccia dopo goccia, fiume dopo fiume.
Continua a scorrere quel maledetto sangue.
E io che volevo solo baciarti, certo non con un martello.
Che strane, ora, le tue tempie rosse. Ora che tutte quelle adorabili piccole vene che si nascondevano sotto la tua pelle sono esplose di colpo. Risalta, il rosso, sulle tue guance pallide, non sei mai stata così pallida, la mia bambola di porcellana preferita.
Che strano. Quante volte ti avrò ripetuto che sei un’opera d’arte? Cento? Mille? Con i denti digrignati e gli occhi fuori dalle orbite, il tuo viso sembra uscito da una tela di Picasso.
Sei così bella…
E finalmente cominci ad esserne convinta anche tu. Non mi contraddici neanche, come hai sempre fatto.
Pensavo di portarti a Parigi.
Ti porterò a Parigi.
Doveva essere una sorpresa, sì, ma non stavo più nella pelle. Ho già prenotato tutto, calcolato tutto, pianificato tutto. Quelle lì a terra sono le nostre valigie.
Sabato si parte.
Perché mi fissi?
Lo so, devo pulire il pavimento, lavare questi vestiti.
Non vorrei che mamma se ne accorgesse, si è raccomandata di non far entrare nessuno in casa, di pulirmi le scarpe sul tappeto. Griderebbe se vedesse queste macchie sul pavimento.
Domani pulirò tutto per bene, poi scenderò in città per comprarti un cappello nuovo.
A Parigi fa freddo di questi tempi, me l’hanno raccontato, e con la testa così conciata rischi di ammalarti.
Perché mi fissi ancora?
Volevo solo baciarti. Baciarti. Io.
Domani ti comprerò un cappello nuovo. E una sciarpa, anche.
Fa freddo, sei fredda.
Sabato si parte.