Dalla mia bocca escono i vermi.
Ogni verme è una parola, ogni parola un verme. Bianco, viscido, agitato mentre scivola sulla schiena di mille altri suoi simili.
Schiudo le labbra e un altro è fuori, cade sul pavimento che è ormai un tappeto di animaletti molli.
Poi un altro. E un altro ancora.
Hanno tutti i miei stessi occhi, solo microscopicamente più piccoli. Lo stesso mio sguardo di qualche tempo fa.
E sognano di avere le ali, un giorno.
Magari trasformarsi in mosche per poter ronzare liberamente da un orecchio infastidito all'altro, sfiorare guance distratte, toccare bocche addormentate e farle svegliare di soprassalto.
Sognano questo e si strisciano addosso l'un l'altro sulle mattonelle fredde, mentre a decine continuano a spingersi fuori dalle mie labbra e a piovere su quel fiume quasi indistinto.
Si spingono mentre risalgono dal mio petto. Si spingono sempre con più insistenza e crescono.
Risalgono e crescono.
Più forti, più robusti, dal cuore, dai polmoni, dalla trachea.
Più risalgono e più crescono e più li sento risalire e più li sento crescere.
Come un tappo che si gonfia tra tessuti e nervi e mi blocca il respiro.
Bloccailrespirolariacrescerisalecresce.
Un fiume all'inverso, che procede sempre più a rilento mentre si riduce lo spazio a sua disposizione, argini che lo contengono ormai a stento rischiando di esplodere da ogni lato.
Un fiume.
Bloccailrespirohocomegliocchicheschizzanovia.
Cado in ginocchio (attendo la fine?).
Con una mano in gola (l'ultimo tentativo).
Per tirarli fuori (il viso rosso completamente bagnato di sudore).
Tiro (con le ultime forze).
Sento graffiarmi la gola.
E tiro, non so più cosa.
Sento la testa fra le dita, l'istinto di vomitare.
Ma è quasi fuori.
Mi graffio la gola.
Sento scavare i solchi.
Mi graffio, ma tiro.
È fuori…
Enorme, per un verme.
Tossisco, sputo.
Anche lui con i miei stessi occhi, macchiato di sangue, e mi guarda negli occhi quasi compassionevole.
Tossisco.
La parola più grande che questa bocca abbia mai partorito.